martedì 7 ottobre 2014

"Gli altri Ottanta"//Livia Satriano racconta la galassia post punk in Italia//Intervista di Maurizio

Ecco l'intervista che Livia Satriano ci ha concesso per presentare il suo "Gli Altri Ottanta,racconti dalla galassia post punk italiana",il libro che racconta la new wave italiana e i suoi protagonisti.
Ciao Livia, parliamo del tuo "Gli altri Ottanta, racconti dalla galassia post punk italiana". Quando hai avuto l'idea del libro e come hai strutturato la narrazione?
L’idea è venuta parlandone assieme ad Andrea Scarabelli, sulla linea di un altro volume che aveva curato per Agenzia X, “Suonare il paese prima che cada”. In quel caso si trattava di racconti orali di musicisti italiani degli anni 00. Abbiamo pensato potesse essere interessante fare qualcosa di simile, ma focalizzando l'attenzione sugli anni 80. Gli altri Ottanta è un libro essenzialmente narrativo, composto da 14 racconti in presa diretta. Tutte interviste che ho fatto e che ho poi trascritto ed editato, cercando sempre di mantenere la spontaneità e peculiarità di ogni singolo racconto.
Che scena era quella post punk italiana degli anni 80? C'erano differenze tra le varie realtà locali italiane? C'erano scene più politicizzate di altre?
Anche in Italia la rivoluzione del punk diede i suoi frutti, instillando in molti giovani la smania di fare qualcosa di nuovo e diverso rispetto a tutto quello che era già stato fatto. In musica questo si è tradotto anche in un nuovo approccio alla musica rock, che ha dato vita a esperienze fatte spesso di contaminazioni: l’elettronica che incontra il punk (penso alla musica di Krisma e Neon), un cantautorato “rock” come quello dei Diaframma… Fu un periodo di sperimentazioni, ma soprattutto di grande aggregazione giovanile. L’inizio di tutto, soprattutto in una città come Bologna, si mescolò alle istanze del Movimento del ’77, quindi è naturale che di base vi fosse anche una forte spinta ideologica. Come mi raccontava Freak Antoni, "la politica in quegli anni pervadeva tutto e anche chi non ‘faceva politica’,paradossalmente, stava compiendo un gesto politico.”
Nel libro dici che "Non furono anni di piombo ma semmai anni di pongo". Come mai questa definizione?
Non sono io a dirlo, ma Freak Antoni. È una definizione che mi ha colpito molto ed è per questo che ho intitolato il suo racconto proprio "Anni di pongo". Il pongo è una materia plasmabile e perciò molto più adatta, secondo lui, a disegnare il percorso di quel periodo. Un periodo con mille sfumature e in continua evoluzione.
La musica di quel periodo sembra vivere una seconda giovinezza oggi. Penso ai CCCP sempre più "riscoperti" dai giovanissimi o da Fiumani che è un po' il papà di tutta la scena indie attuale. Cosa manca alla musica degli anni zero per far nascere nuovi "eroi"?
Bella domanda, ma credo sia ancora presto per dirlo. Chissà che fra trent’anni non si parli negli stessi termini di artisti dei giorni nostri. Certo una differenza fondamentale sta nel fatto che la musica degli anni zero è una musica che spesso guarda indietro, una musica che cita, ripropone, quella “retromania” che sembra appartenere un po’ a tutte le epoche, ma che in dosi maggiori permea la nostra. Fra il finire dei Settanta e l'inizio degli Ottanta sembrava ci fosse una tendenza opposta, le cose vecchie venivano ripudiate e lo slancio verso il nuovo era totale. E forse proprio questo è stato il segreto della longevità di molta di quella musica. 
Gli anni 80 erano un'epoca senza internet e wi-fi e i "social" virtuali di oggi erano sostitutiti dalle fanzine di carta. Cosa ne pensi di questa "evoluzione"? Una webzine ha lo stesso "peso" di una fanzine? E se negli anni 80 al posto dei vinili ci fossero stati file mp3 si sarebbe comunque sviluppata la scena post punk italiana?
Non credo si tratti di una questione di formato della musica, bensì più di una questione di effettivo coinvolgimento delle persone e sicuramente l’epoca attuale tende un po’ a scoraggiare questo tipo di interazioni. Siamo sempre più soli e travolti da mille stimoli diversi che talvolta selezionare e trovare del buono da una massa di imput diventa un’impresa veramente difficile. Una webzine ha potenzialità incredibili perché in teoria è disponibile sempre, ovunque e per tutti, ma bisogna poi capire quanto effettivamente di questo serva a coinvolgere le persone. Tuttavia non credo di essere forse la persona più giusta a esprimere un mio parere in merito, avendo avuto io, per una questione anagrafica, la possibilità di confrontarmi solo con uno dei due lati della medaglia. Molte scene sottoculturali sono nate e si sono sviluppate anche grazie e in funzione dei nuovi mezzi di comunicazione digitale quindi non credo che quello che è successo allora non sarebbe comunque potuto accadere anche oggi. Certo le modalità e i presupposti sarebbero stati diversi...
Il contributo di molti artisti al tuo libro è fondamentale. Hai incontrato molti personaggi che ancora adesso sono icone. C'è qualcuno che ha provato "fastidio" per essere stato interpellato sul suo passato anzichè sul suo presente?
No, non è mai successo. Si tratta per lo più di persone che hanno ancora oggi un forte legame con la musica. Essa è comunque parte della loro vita, a diversi livelli, perciò parlarne non è stato un fastidio per nessuno. Tanto più che si è trattato sempre di affrontare un discorso più ampio, in cui il confronto e il dialogo con il presente erano costanti e inevitabili. 
Che idea ti sei fatta degli anni Ottanta? Potessi portare qualcosa di quegli anni in questo periodo cosa sceglieresti?
I racconti del libro e le chiacchierate che ho fatto con i musicisti coinvolti nel volume mi hanno sicuramente offerto uno spaccato abbastanza etereogeneo di quegli anni. Non credo ci sia qualcosa di preciso di quel periodo che vorrei con me nel presente, se non forse quel senso di sorpresa nella scoperta di cui molti mi hanno raccontato. Imbattersi in qualcosa per la prima volta senza avere già delle idee a riguardo, mettere un disco sul giradischi e non sapere in alcun modo cosa ti aspetterà. Essere una tabula rasa e lasciarti stupire ed entusiasmare dalla scoperta di qualcosa di nuovo che sta accadendo proprio in quel momento. Questo sì, mi piacerebbe. 
Prima di chiudere vorrei ci parlassi un po' anche del tuo precedente libro "No Wave. Contorsionismi e sperimentazioni dal CBGB al Tenax".
Si, si tratta di un saggio e perciò è un volume molto diverso da quest’ultimo. Tutto è nato dalla mia tesi di laurea sulle sottoculture musicali nella New York di fine anni 70. Da lì è venuta l’idea di parlare della no wave, una scena/non-scena musicale e artistica, di cui in italiano non vi erano ancora trattazioni esaustive. Si parla quindi di musica, con le band di “No New York”, ma anche di arte e di cinema d'avanguardia. Inoltre, molte erano state le connessioni fra la scena underground newyorchese di quegli anni e l'Italia: influenze musicali, ma anche effettivi contatti, incontri e scambi fra musicisti ed artisti americani e italiani. Aspetti storici e sociali che mi sembravano interessanti da raccontare in un volume che non fosse così un semplice saggio musicale.


Nessun commento:

Posta un commento