giovedì 12 ottobre 2017

35 ANNI DALLA MORTE DI BEPPE VIOLA // QUANDO IL GIORNALISMO, ANCHE MUSICALE, ERA UNA COSA SERIA - TESTO DI MAURIZIO



Era un mondo molto diverso quello in cui viveva Beppe Viola. C'era la Milano da bere e non solo da sniffare, la pipa di Bearzot e non le manette di Mourinho, Beccalossi al posto di Messi, Carlo Sassi invece della Var ed Enzo Jannacci riempiva i teatri che ora accolgono a braccia aperte i TheGiornalisti. C'era un calcio "ascoltato e vissuto" alla radio e visto giusto nelle sintesi di tre minuti a partita a "90° Minuto", subito dopo "Discoring" e il pomeriggio di "Domenica in" con Corrado. Sky era solo una parola inglese che significava cielo e guardarlo, il cielo, era gratis. Le partite di calcio iniziavano tutte rigorosamente alle 14,30 e una delle poche certezze della vita era che Paolo Valenti sarebbe stato in onda circa un'ora dopo il triplice fischio finale dell'arbitro Casarin. C'erano le persone che salutavano casa dietro gli inviati Giorgio Bubba, Marcello Giannini e Tonino Carino e lo facevano col sorriso di chi cercava i suoi 15 secondi di popolarità in video. Ma c'era soprattutto la "Domenica Sportiva" in seconda serata sul "primo". Era il momento in cui non solo rivedere le immagini del pomeriggio e discutere degli episodi, ma soprattutto assistere a dei veri e propri momenti di alto giornalismo. Perché all'epoca, stiamo parlando della fine degli anni '70, essere giornalisti e andare in televisione voleva dire, quasi sempre, competenza e serietà. Le parole di Beppe Viola e Gianni Brera erano attese come i cross di Franco Causio o i dribbling di Bettega.


Professionalità e indipendenza di giudizio, nello sport ma non solo, perché la caratura di personaggi come Beppe Viola o Sandro Ciotti si misurava non solo nel commentare 22 ragazzi dietro a un pallone, ma anche nella lucidità con cui potevano raccontare gli eventi di un'Italia ancora con le polveri degli anni di piombo addosso. Oggi manca la magia del calcio raccontato ma soprattutto, nello sport come nella musica, mancano persone che sappiano raccontare una partita o un disco, persone che mettano la propria cultura al servizio dell'esposizione dei fatti e della loro comprensione e non solo del proprio smisurato ego in perenne ricerca di approvazione dal popolo bue della rete. Era un giornalismo che viveva sul campo (e non solo quello di gioco) e che mai si sarebbe sognato di commentare un evento, o peggio ancora, scrivere di un disco o di un film con la superficialità liquida di molti critici di oggi. Manca questo "vivere sul campo" in molto giornalismo musicale, perennemente assente soprattutto nei locali dove si fa musica "dal basso". Si snocciolano recensioni lunghe quanto un tweet o articoli di dieci pagine che spesso hanno il solo scopo di far intravedere un certo "celodurismo" dell'autore. Ci si appaga di cinquanta sfigati che mettono "mi piace" a qualsiasi porcheria uno scriva sui social e si scorda il tempo in cui un articolo del Mucchio o di Rockstar influenzava, nel silenzio, migliaia di persone. Era un'epoca in cui in cui si andava ai concerti e si vendevano i dischi. In cui l'inviato viveva la partita, il concerto, il disco, e non lo subiva online in pantofole e divano come, quasi sempre, adesso. Sì, ci manchi, Beppe Viola.


Nel meticciato culturale il talento emergeva, quando c'era. Questo spiega perché Beppe sia stato giornalista di carta stampata, radiocronista, telecronista, autore di testi per cabaret e canzoni, sceneggiatore, partendo da un innato senso dell'umorismo e da una cultura classica (mai laureato, ma quanti libri in casa sua) e insieme popolare. Posso aggiungere: la persona più generosa che abbia mai incontrato, quasi sempre con problemi economici ma sempre disposto a dare le ultime mille lire a uno che stava peggio. Molti dicono che è arrivato molto presto, troppo per essere capito subito. Invece no, è arrivato quando doveva arrivare, in quegli anni, e se n'è andato troppo presto. (Gianni Mura)

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